La Comunicazione

La comunicazione è una degli strumenti che abbiamo per entrare in relazione con gli altri, ed è una competenza che acquisiamo naturalmente dal momento che cominciamo a parlare e che pratichiamo tutti i giorni, a meno che non si faccia voto di silenzio all’interno di un convento.

E’ un processo circolare che avviene tra due soggetti, colui che parla e colui (o coloro) che ascolta e che assume significato in presenza di una restituzione o feedback che dir si voglia.

La questione è:

Siamo soddisfatti del nostro modo di comunicare? Ci piacerebbe modificare qualcosa per diventare più efficaci?

La prima prova del nove possiamo farla a con noi stessi…che effetto fanno alle nostre orecchie, al nostro cervello, alla nostra pelle, al nostro cuore le parole che ci diciamo?

E quando all’interno della nostra testolina apriamo le porte, ed anche le finestre, a quell’amatissimo personaggio che porta il nome di Dialogo Interno, come stiamo?

Ci piace o ci infastidisce? Fa un bel suono o un rumore insopportabile? E soprattutto come ci comportiamo con il cursore del volume della sua voce?

Se impariamo a migliorare il nostro dialogo interno e scegliamo con cura le parole che ci diciamo possiamo scoprire che le nostre azioni possono essere diverse ed offrici opportunità più confacenti ai nostri bisogni ed ai nostri desideri, come se dipingessimo con in nostri colori preferiti lo scenario che ci stiamo prefigurando.

Possiamo addentrarci per questo nuovo sentiero se vogliamo e, come per ogni percorso che non conosciamo bene, è meglio se ci incamminiamo con scarpe comode ed adatte ed una bottiglia di acqua…nell’esplorazione delle nuove opportunità la funzione delle scarpe e dell’acqua sarà fatta da due cose fondamentalissime: l’attenzione e la consapevolezza.

Due qualità che dovrebbero essere insegnate sui banchi di scuola, saremmo molto più presenti a noi stessi ed agli altri.

Quindi…mi rendo conto dell’effetto che le mie parole fanno sull’altro? E dell’effetto che le parole fanno su d ime?  Quanto sono capace di presenza quando sono in relazione con l’altro?

Come quando balliamo, se non presto attenzione a dove metto i piedi, se non sono consapevole della presenza dell’altro mi ritrovo a condire il mio ballo con mille “scusa!” per i tanti piedi pestati!

Ci muoviamo sempre all’interno di un contesto, che può essere uno spazio fisico ed anche temporale, che da una forma alla mia relazione, come un contenitore che accoglie la mia comunicazione e quella dell’altro…l’augurio è che il vostro contenitore sia come l’acqua che si adatta al recipiente, morbido, flessibile ma anche resistente!

Inoltre è il tipo di relazione che qualifica e classifica la comunicazione, cioè posso parlare dello stesso argomento con due persone diverse, con le quali ho tipi di relazione differente, ma il mio modo di comunicare, cioè come dirò ciò che voglio dire, sarà diverso, adattato al rapporto che ho con l’altro.

Se guardo la relazione dal punto di vista olistico (cioè che l’insieme è maggiore della somma delle parti) posso rendermi conte che nella relazione siamo in 4, io, tu, la relazione e l’effetto che la relazione fa a me ed a te. Due persone che stanno insieme sono sempre le stesse due, sia che si bacino oppure che si urlino in faccia, ma faranno due effetti completamente diversi. E soprattutto chiunque li guarderà avrà percezioni diverse e soggettive.

La mappa non è il territorio dunque, cioè esiste una realtà oggettiva ma tante realtà soggettive quante sono le persone che la fruiscono e non c’è un giusto o uno sbagliato collettivo ma ci saranno visioni differenti ognuno delle quali potrà attagliarsi a quella realtà oggettiva.

Se poi unissi le varie percezioni della stessa realtà oggettiva otterrei un visione molto più allargata, magari non pienamente condivisibile ma possibile.

Partendo da questo concetto, è possibile apprezzare la differenza come opportunità, come un’ulteriore possibilità, come se vedessi il mondo con una lente di un altro colore

Indagando poi l’universo maschile e femminile, così diversi e lontani, è possibile scoprire che è proprio accettando il diverso punto di vista che è possibile un’integrazione, rispettando spazi e tempi, linguaggi e modalità.

Il punto di vista.

 

Ciclo del Contatto

Cosa ci si fa con le emozioni?

La paura è un campanello d’allarme sull’esistenza di un pericolo reale o immaginato.

La tristezza è un campanello d’allarme per la mancanza di affetto.

Ogni emozione ha il senso di essere sentita ma anche di essere accolta, meno ci si fa contatto e più l’emozione si blocca e resta lì, sedimentano nel corpo se non vengono ascoltate. Se la accolgo e la riconosco, so dove andare, ne vedo la direzione perché sento il bisogno che ho.

Se riconosco che le emozioni hanno un lor andamento posso farci contatto ed abitarle un po’ senza venirne sopraffatto.

Questo richiede un addestramento, è la famosa educazione sentimentale che si fa nella vita.

Nell’ottica gestaltica, a differenza di quella cognitivo – comportamentale, dove c’è l’idea che l’emotività sta in mezzo alla volontà ed al comportamento, si cerca un senso dell’espressione dell’emozione, cioè si cerca di farla fluire in un modo qualitativamente accettabile.

Nella gestalt essere in contatto vuol dire avere un rapporto efficace, che abbia un qualche effetto sugli interlocutore, un rapporto che non lascia le cose come erano prima, un rapporto che trasforma.

E’ in contatto chi è qui e ora, si rende conto di cosa sente, sceglie cosa desidera, decide cosa fare e poi, dopo averlo fatto, verifica cosa sente.

L’importante è l’intenzione, cioè la direzione che gli voglio dare: se penso prima di sentire, agisco quell’emozione, se invece sento prima di pensare, il pensiero da forma all’intenzione, cioè definisco a quale scopo lo faccio. Se vedo l’intenzione di quello che voglio fare, posso cambiare alcuni comportamenti abitudinari, e se abbandono ciò che sono abituato a fare posso sperimentare qualcos’altro di me, perché abbiamo una molteplicità interna.

Nell’esperienza del contatto non si può starci a metà, se ci stiamo dentro succede davvero qualcosa di trasformativo all’interno di noi stessi e con l’altra persona.

Quanto più si è disposti a stare in relazione, tanto più avvengono le cose.

E’ necessario essere responsabili di cosa diciamo e chiedersi sempre qual è lo scopo di dire quello che si vuole dire e qual è l’effetto che può fare sull’altro.

Emozioni nella Gestalt

Come in un’orchestra gli strumenti, così nell’animo umano le necessità e i desideri hanno bisogno di trovare forme di dialogo tra loro, prima ancora che con il mondo esterno, per evitare la spiacevole dissonanza tra istanze ognuna in sé significativa anche se contraddittorie rispetto ad altre.

Per Perls, il fondatore della psicoterapia della Gestalt negli anni 40,ci sono tre principi fondamentali sui cui si fonda il suo lavoro:

  • L’insopprimibile relazione organismo/ambiente
  • l’approccio olisticoin continuum di consapevolezza
  • l’assunzione di responsabilità ela creatività individuale 

Secondo Perls, gli esseri umani sono considerati innanzitutto come organismi viventi in quanto nutriti dall’ambiente attraverso l’attività sensoriale. È l’apparato sensoriale, infatti, il primo ad essere sensibilizzato dall’incessante rapporto con l’ambiente esterno o interno che sia ed a costituire la base di ogni conoscenza (sentire freddo, sete, ecc.)

In quanto momento del processo conoscitivo, le sensazioni non possono essere separate né dall’oggetto del sentire né dalla coscienza di sentire, sentire di sentire.

La sensazione è a un tempo manifestazione della cosa stessa e dell’essere nel mondo dell’uomo, ma l’essere nel mondo dell’uomo acquista valore solo attraverso la risonanza emozionale che trasforma ogni evento in esperienza vissuta e, quindi, in conoscenza dando all’esistenza un senso che solo il singolo individuo è in grado di attribuirle, senso inteso come significato che per ciascuno assume la propria esperienza e il mondo in cui questa si esprime.

Le emozioni possono essere considerate particolari gruppi di sensazioni che richiedono una reazione significativa nell’ottica della sopravvivenza (per es. paura=fuga)

Sensazioni e emozioni nel loro complesso intrecciarsi, nella loro copresenza spesso contraddittoria sono il sale della vita: non c’è senso senza il sentire.

Come sottolinea P. Quattrini, tra il sentire ed il fare qualcosa di quello che si sente c’è di mezzo il libero arbitrio, che ha a che fare con l’assunzione di responsabilità

Aiutare a ripristinare una fluida e coerente relazione tra sensazioni, emozioni, immaginazione, pensieri ed azioni all’interno di una data esistenza, ed in un momento dato, apre a nuove modalità di vita che, pur generatrici a volte di benessere a volte di malessere, risultano nel loro complesso più soddisfacenti per la persona.

Pensare e sentire, entrambi necessari per il benessere, sono incommensurabili ma non necessariamente contrapposti. In ottica gestaltica, sulle sensazioni e sulle emozioni, e solo su di esse, trovano fondamento coerente sia quella pre-azione che è il pensiero, sia la vera e propria azione responsabile che può portare benessere e soddisfazione come dolore e frustrazione.